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Death | Recensione

Ringraziamo Putrid Games per averci fornito entrambi i manuali di Death (la versione Shareware, scaricabile gratuitamente, e la versione Extended, a pagamento e arricchita da contenuti extra) in modo da poter scriverne una recensione.

Al momento non li trovate online, perché gli autori hanno la (bizzarra) abitudine di pubblicare e ritirare i loro giochi a intervalli regolari. Per ora, se volete mettere le mani su Death, l’unico modo è contattare direttamente la Putrid Games.

Morire non è la fine. È solo l’inizio. Questo gioco di ruolo di Putrid Games non ti porta in un mondo di eroi e avventure gloriose, ma in un viaggio disturbante tra corpi che si decompongono, visioni febbrili e un aldilà che ha più domande che risposte.

Che sia nella sua forma base o nella più corposa Extended, Death non è un titolo per chi cerca comfort o evasione. È un’esperienza da tavolo cruda e spietata, che graffia, che ti lascia addosso la sensazione di aver toccato qualcosa di proibito. E questo è solo l’inizio della discesa. Non è un GdR per chi cerca l’eroismo classico: è un viaggio nelle profondità del marcio, del dolore e della fine.

Recensione del “Cuore” di Death

Death non è un GdR da serata leggera: è cupo, decadente e volutamente disturbante. Non vuole farti ridere, non ti coccola con eroi vincenti o con un senso di rivalsa. Ti trascina invece in un mondo in cui la morte, la putrefazione e la disperazione sono ovunque, e la sopravvivenza non è mai scontata.

Le atmosfere sono il vero fulcro dell’esperienza: claustrofobiche, viscerali, sempre sospese tra l’incubo e la rassegnazione. Non troverai parolacce lanciate a caso o bestemmie gratuite: il linguaggio scelto dagli autori non punta al turpiloquio fine a sé stesso, ma a una crudezza chirurgica, fatta di descrizioni che colpiscono, graffiano e ti lasciano addosso il senso di essere intrappolato in un universo senza speranza.

È un gioco che non chiede di “divertirsi” nel senso classico, ma di calarsi in un’esperienza estrema, scomoda e, per certi versi, terapeutica: affrontare il marcio, guardarlo in faccia e provare a capire cosa resta dell’essere umano quando ogni maschera cade.

Nota importante: Death non è un gioco per tutti. I temi trattati, così come le immagini e le parole usate, sono volutamente disturbanti e possono risultare pesanti o sgradevoli. È pensato per chi cerca un’esperienza estrema, lontana dal classico “divertimento spensierato” dei GdR tradizionali. Prima di portarlo al tavolo, valuta con attenzione la sensibilità del tuo gruppo e, se necessario, utilizza strumenti di sicurezza per mantenere l’esperienza forte ma gestibile.

Recensione del Sistema e delle Meccaniche di Death

Il regolamento di Death prende in prestito alcuni elementi familiari ai giocatori OSR, ma li piega a un fine diverso: non dare strumenti per emergere vittoriosi, bensì per sopravvivere un po’ più a lungo… E soffrire meglio. Qui le regole non sono un mezzo per “battere il dungeon” o “far crescere l’eroe”: sono una cornice che amplifica la precarietà dei personaggi e la brutalità del mondo.

La versione Shareware offre già un nucleo completo per giocare: generazione dei personaggi (iniziando dalle caratteristiche, frutto del lancio di 4d6 ognuna), meccaniche base di risoluzione (si tratta di un roll under basato sul d20) e combattimento, linee guida per avventure brevi. È un assaggio che restituisce bene il tono disturbante e spietato del gioco. La Extended Edition, invece, espande il tutto: introduce più opzioni di personalizzazione, regole avanzate per la sopravvivenza, varianti di progressione (se così la si può chiamare) e un repertorio più ampio di spunti narrativi per immergersi nell’universo malato che Putrid Games ha immaginato.

Il combattimento è volutamente secco e letale. L’iniziativa si stabilisce con 1d6: 1-3 iniziano i personaggi, 4-6 i nemici. Non ci sono coreografie eroiche, ma colpi sporchi, ferite gravi, morte sempre dietro l’angolo. La sopravvivenza è trattata come una fatica quotidiana, con risorse scarse e una costante sensazione di fame e putrefazione addosso. La progressione del personaggio non è mai potenziamento puro, ma un lento trascinarsi verso nuove possibilità di sofferenza, con il rischio continuo di perdere pezzi lungo la strada.

Il messaggio è chiaro: Death non si gioca per “vincere”, ma per vivere — male, sporchi e disperati — dentro un mondo che sembra voler inghiottire tutto. Le regole sono al servizio di questa visione: stringono il fiato, non lo lasciano allentare.

Atmosfera, Linguaggio e Ruolo del Narratore

Uno degli aspetti più potenti di Death è il suo tono. Non troverai bestemmie gratuite o parolacce da taverna lanciate solo per scioccare. Il linguaggio è diretto, crudo e viscerale, pensato per trascinarti in un mondo che puzza di carne marcia, sangue rappreso e disperazione. È un lessico che sporca le mani: oscuro, fatto di fango, ossa e malattia. Qui il “disturbo” non nasce dal turpiloquio, ma dalle immagini evocate: visioni di putrefazione, scenari privi di speranza, personaggi che arrancano più che vivere.

Il manuale stesso sembra quasi sussurrarti all’orecchio, in un tono sporco e senza fronzoli, che tutto andrà male — e che questo è parte del gioco. La scrittura non edulcora, non addolcisce: ti dà colpi secchi, quasi come fendenti, in un continuo martellare di atmosfere decadenti.

In questo contesto il Narratore non è un semplice arbitro: è l’incarnazione stessa del mondo di Death. Non deve “sfidare” i giocatori, ma ricordare loro costantemente che il terreno su cui camminano è fragile, che ogni scelta può costare cara e che il degrado è inevitabile. È una figura che amplifica la sensazione di essere intrappolati in una realtà ostile, che alimenta il senso di oppressione e rende chiaro che non esiste vera via d’uscita.

Il risultato è un’esperienza disturbante più sul piano narrativo e visivo che linguistico. Non è un gioco che ti offende con volgarità fini a se stesse: ti logora con immagini, con atmosfere e con la costante sensazione di non avere scampo.

A chi si Rivolge Death e che Tipo di Esperienza Offre

Death non è un gioco per tutti. È un’esperienza di tavolo pensata per chi vuole provare qualcosa di radicalmente diverso dal solito fantasy eroico. Niente cavalieri che salvano regni, niente magie luminose o viaggi dell’eroe. Qui si gioca nella carne viva della disperazione, in storie brevi, intense e quasi sempre senza scampo.

Le sessioni sono costruite per essere corte, secche, brucianti. Non c’è progressione a lungo termine che premi la perseveranza: ci sono solo la sopravvivenza immediata, il peso delle scelte e il gusto amaro di capire che ogni vittoria è solo temporanea. È un gioco che non ti invita a “vincere”, ma a soffrire meglio, a raccontare il lento trascinarsi di un mondo e dei suoi abitanti verso l’inevitabile rovina.

Per questo è un gioco che divide. Se cerchi coerenza, radicalità e una totale immersione in atmosfere disturbanti, probabilmente lo amerai. Se invece ti allontana l’idea di abbandonare qualsiasi speranza di catarsi o lieto fine, lo troverai eccessivo, forse respingente. In ogni caso, Death non lascia indifferenti: ed è proprio questa la sua forza più grande.

Recensione del Comparto Grafico di Death

Dal punto di vista visivo, Death colpisce forte: le illustrazioni sono rigorosamente in bianco e nero, o rosso e nero, con tratti spigolosi, violenti, a volte disturbanti. Sono immagini che ti trascinano subito dentro il tono del gioco: decadenza, morte, oscurità. A questo si aggiungono le scritte in rosso sangue, che spezzano la pagina e attirano l’occhio con un effetto immediato, quasi urlato.

È un comparto grafico coerente con l’anima del manuale: cupo, ruvido e privo di compromessi. Allo stesso tempo, non sempre si percepisce una reale funzione di “sostegno” al testo. Più spesso i disegni sembrano piazzati lì per scioccare e stupire, piuttosto che per chiarire o accompagnare i concetti spiegati.

ll risultato è un impatto visivo forte, a tratti eccessivo, ma comunque perfettamente in linea con la filosofia di Death. Non vuole farti sentire a tuo agio, vuole lasciarti con un senso di inquietudine addosso.

L’intero comparto artistico è stato creato attraverso l’utilizzo di una IA.

Conclusione della Recensione di Death

Death è un gioco “di nicchia nella nicchia”, e non si vergogna minimamente di esserlo. Non cerca di piacere a tutti, anzi; respinge chi non è pronto ad affrontare un’esperienza cruda, disturbante e senza sconti. Ed è proprio questa radicalità a renderlo unico.

Se cerchi un gioco di ruolo di intrattenimento leggero o di avventura eroica, gira alla larga. Se invece vuoi sederti al tavolo e provare sulla pelle un mondo dove la morte, la putrefazione e la disperazione sono protagoniste, allora Death colpirà duro e lascerà il segno.

Non è un manuale che troverai sugli scaffali delle grandi case editrici, né un titolo pensato per il grande pubblico. Per provarlo, devi rivolgerti direttamente a Putrid Games, i creatori stessi. È da lì che parte — ed è lì che devi andare, se hai il coraggio di affrontarlo.

Se ti è piaciuta questa recensione di Death, continua a seguirci per scoprire altri giochi di ruolo con sistemi nuovi e alternativi!

Autore

  • Andrea Bocca

    Classe ’75, saldatore di giorno (ama lavorare con fuoco e metallo come il Popolo Tozzo), appassionato di giochi di ruolo e miniature di notte (che dipinge con la pazienza di un nano centenario). Cresciuto a colpi di Tolkien, Howard e ambientazioni fantasy anni ’90 — quelle toste, che sanno dove vogliono andare — oggi ama scoprire e raccontare il lavoro di chi continua a sognare mondi nuovi. E se ci sono illustrazioni belle e una storia solida... c’è il rischio che ci scriva sopra.

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